ASSOCIAZIONE CULTURALE MIMESIS - CONTRADA CAMPANARO, 33 04020 ITRI (LT) - MAIL: info@associazionemimesis.com

web designer DARKLIGHT

Premio Nazionale di Poesia Mimesis

POESIE PREMIATE NELL’EDIZIONE DEL 2016

PRIMA  CLASSIFICATA 
Rodolfo Vettorello 

DAMMI  LAVORO  DIO,  DAMMI  LAVORO

Dammi lavoro Dio, 
                               dammi il dolore
del corpo che si piega alla fatica,
dammi la fame che mi fa capire
che il pane costa lacrime e sudore.
Non devi darmi giorni di sereno
se non mi dai le piaghe sulle mani..

Domani avrò il coraggio di parlarle,
di dirle che ho perduto il mio lavoro.
Quest’oggi fingerò che non sia stato
e partirò col treno del mattino.
Il giorno passerò sulla panchina
d’una sala d’aspetto, alla stazione.
Domani forse  le dirò ogni cosa:
la donna capirà che sono un uomo
che pregherebbe Dio di avere in dono
la morte certa al posto di lavoro
piuttosto che la morte per vergogna.

Si muore tutti e alcuni sulla scena.
Vorrei morire, Dio dei disperati
come muoiono i santi sulle croci,
coi ferri del mestiere alla cintura
e nelle mani 
il fuoco del sudore che le brucia.






SECONDA classificata 
Caterina Cellotti 

Nei sereni giardini della sera 			
Danza nell’aria un fremito d’aurora
un’alchimia di luci e di presagi: è l’età
dei vent’anni, l’età degli anni nei boccioli
un guizzo ardito tra pensieri e sogni.
Mi dici – Vorresti ripercorrere quegli ani?
Tornare indietro, vivere quel mono
cullando attese, passioni, ansie, germogli?
- No, grazie – non ho esitazioni.
La vita ha già scritto sulle pagine bianche
del mio libro, tra ossimori del troppo
o quasi niente, tra fragili scintille e meraviglie
tra poche primavere e lunghi inverni
la pelle che scolora o che sfavilla.
E poi, a cosa è valso riempire il mio
bagaglio che a volte tanto pesa di fatica
a volte lo sospingo in braccio al vento?
Un bagaglio che ho colmato di tenera
memoria, di voci accarezzate dal sorriso,
dell’amore donato a piene mani
di lacrime sigillate nelle tasche
di preghiere, d’idee… Se torno indietro,
tutto svanisce nel sentiero nascosto
di un viaggio tra cenere di giorni arrugginiti
e fossili di cieli già ammansiti.
E parlano le rughe a custodire trepide
memorie di ciò che non si è più e
a spiegare il senso vero di ogni cosa.
Forse mi piacerebbe la magia di un attimo
soltanto: al tempo dolceamaro scivolato
tra le dita, al rapido invecchiare lento
della vita, mescolare un riverbero d’aurora
quando il sole appare e accende
il cuore, ricamando profumi e voli e canti
e poi… sostare nei sereni giardini
della sera.






TERZA CLASSIFICATA  
Mauro Corona

TI SIA CERTO L’ISTANTE CHE NON VIVI



Il non essere e l’essere erano suono

(Lorenzo Calogero)


Ti sia certo l’istante che non vivi
e delle piume il vento
se cogli attimi d’incanto nella pioggia
o se la nebbia curva la parola
e la dissimula dal vero
Ti sia pena allora o vanto se il vento
allontana da te 
le nostre varie umanità e ricerca
lo spento fulgore che ti nasconde
 al canto

Tu sei una natura dalla materia densa
e indecifrata, mutevole traccia 
degli eventi e muta come i colli a sera
di pioggia e d’alberi percorsi nei sentieri
Ti sopravvive l’estro o la penuria greve
dei pensieri se basta chiudere le mani
per trattenere il fiato che non torna
Un’alchimia lieve ti resta 
dove muti silenzio in canto
e la perduta voce delle cose




QUARTA CLASSIFICATA
Giovanni Caso 


SULLA SCACCHIERA DELL’ETERNITA’

Ci resta poco ormai del nostro giorno
che volge al suo crepuscolo dorato,
ci consegniamo al miele del silenzio,
come fiumi volteggiano i pensieri.
Se potessimo insieme riascoltare
il canto dei gabbiani, se sapessimo
disegnare la luna dell’infanzia,
tutto sarebbe bello come allora.
Ma la luna già cala oltre le siepi.
Eppure custodiamo nel respiro
il profumo dei primi aspri germogli.

Non siamo più i fanciulli che salivano
sui muri dei giardini, il fiato in gola,
il tempo ormai accompagna i nostri passi
verso le rive dell’autunno, all’acqua
delle memorie
	    – ma non manchi il fuoco
per vincere l’inverno, né un’altana
per afferrarci al vento delle stelle.

C’è un’alba di trifoglio sul cuscino
quando ci risvegliamo
			– ed ogni volta
andiamo col sorriso sulle labbra
a filare coi grilli i nostri panni.
Ognuno è un universo nel suo corpo
di fragile farfalla, ognuno ha forza
per non fermarsi al sasso della soglia.
Il cuore è in viaggio e non si ferma ancora.
Eppure siamo lembi di un sussurro
sulla scacchiera dell’eternità.





QUINTA CLASSIFICATA 
Giuseppe Barba

MARE  DI  IERI,  MARE  DI  OGGI                 

Seduto a meriggio fra piccole dune,
nascosto alla strada da due tamerici,
rivedo la vita, le ormai troppe lune,
i giorni più tristi, le ore felici.

Un sole di sangue mi invoglia a pensare,
e nel vento che palpita come il mio cuore
s’accendono e spengono scaglie di mare,
lampi d’un tempo, ricordi d’amore.

Ricordi di lune su campi di grano,
papaveri e spighe a vegliare sospiri,
il silenzio del mondo, concerti d’arcano,
le Pleiadi e l’Orsa, i loro respiri,

capelli a ventaglio fra i trifogli e le viole,
occhi di sogno tra mimose e asfodèli,
due labbra corallo più calde del sole,
un alcova di muschio tra i fiori e gli steli.

E memorie di notti su letti di sabbia,
fra lingue di mare a lambire la pelle,
fra giunchi ondeggianti a fare da gabbia,
e lassù San Lorenzo a incendiare le stelle;

e sul carro dell’Orsa viaggiava l’ebbrezza,
viaggiavano l’anima e mille chimere,
e il mondo era un volto, una dolce carezza,
e tutto era lì, in quelle magiche sere.

Adesso da vecchio, in qualche notte di luna,
ti cerco, mare che muovi il mio cuore,
anche se oggi, allo scoglio e alla duna,
tu porti pezzi di un mondo che muore,

putridi resti di sogni e speranze
di bimbi che han perso i loro domani,
e narri storie di orrore e mattanze
e di un Dio che non vede inferni lontani.









SESTA CLASSIFICATA 
Carla Baroni


La stria e il partigiano


La stria venne, con la scura pelle
nere le lunghe vesti e tra i capelli
un qualche filo bianco. Via via
brutta stria che rechi la magia
cantavano i bambini che abitavano
le case in riva al Po andando a letto.
E si imputava a lei ogni malanno 
che capitasse a caso sul podere,
la mucca senza latte, la mal bianca
che faceva cader le foglie al pero
e se il fiume ingrossava, maledetta,
era lei che faceva la fattura.

Venne di notte, aveva mani lunghe
capaci di frugare in mezzo all'erbe
e trovarvi l'aneto e la cicuta
e il tarassaco e il latte di gallina
tutti a guarire, tutti a far unguenti
o tisane che fanno addormentare.
E invece trovò lui il partigiano
ferito ad una gamba da un moschetto
forse di un suo compagno un po' sbadato.
Lontani spari a sbalzi sopra l'argine
e a tratto a tratto un luccichio nel buio.
L'uomo gemeva, gli occhi come brace,
la bella bocca tumida socchiusa
e lei, di nuovo, si sentì una donna
non più la fattucchiera disprezzata.
E lo trascinò quasi alla sua casa
fatta di pietre e frasche, una capanna
nascosta tra le foglie degli ontani.

E sciolse sulle spalle i bei capelli
e gli guidò la mano sopra i colli
turgidi dei suoi seni sitibondi.
Tempesta fuori, tra gli spari e i tuoni
si udivano le raffiche del vento
ma più grande tempesta era nei cuori.
E fu così per giorni, notti e giorni
poi il vento si acquietò, il fiume pure...
Quando le nacque un figlio, tutti dissero
che il diavolo l'aveva posseduta,
ma quel bimbo così tanto voluto
le rischiarò il sentiero della vita.
Nessuno seppe mai del partigiano
che attraversò di notte il fiume a nuoto.






SESTA A PARI MERITO 
Roberto Benatti

Potrà mai finire l’amore?!
Non l’egoismo d’un volto,
né il vibrar d’una voce;
un alone intorno al ricordo,
l’amore,
una lama fra le palpebre
a tagliare l’ombra, 
a ferire l’illusione.

E’ un guado l’attesa 
sul fiume di zelo 
che non prova vergogna, 
perché l'amore è eterno:
l’avanti e indietro
d’un barcollar di cimase.

I semi d’amore 
germogliati nella paura 
aspettano inerti
che il vento li strappi. 
Chi potrà fermare
le parole ormai dette? 

E chi sa dirmi di lei? 
Se parla 
del ragazzo dai capelli bianchi
che la insegue nei sogni, 
se sussulta il suo petto
all’udire il suo nome. 

Il dubbio è a spaglio 
stasera,
sulle dita lunghe delle ombre, 
fra i rami e nel frascare delle foglie.
Forte la tentazione 
di chiudere gli occhi 
e di non riaprirli.

Forse l’amore
è negli alberi capovolti, 
fra i raspi ossuti 
e ritorti 
di malinconiche radici
intrecciate e confuse 
come l’età dei ricordi bambini.

E’ notte, 
e i grilli non consolano il buio.
Il vento ha lingue di lupo,
il viso s’imperla di pensieri.
Tuoni sordi e tamburi di rane 
implorano scrosci, 
s’oscura il cielo delle stagioni.


Il naso è schiacciato 
contro i vetri di pioggia,
lo sguardo perso 
in follie di fughe, 
tra le impronte sull’erba,
su quanto è ancora lontano,
domani.






SETTIMA CLASSIFICATA 
Franca Cavallo

Gioisce il merlo sopra il bagolaro
A me sospira lungamente il giorno
al rosseggiar del cielo sopra i sassi
tra basole di pietra senza tempo
e vecchi bagolari canterini.

Ha smesso di bussare alla finestra
la vecchia luna che rotola sull’erba
 ed  è rimasta lì , come aquilone
impigliato alle fronde degli ulivi.

Non altro mi consola che il silenzio
di quest’autunno che rapina i sogni
e saccheggia le vigne inaridite.
Gioisce il merlo sopra il bagolaro.



SETTIMA A PARI MERITO 
Pompeo Mattioli



IL NONNO
		
Il nonno
aveva un vecchio somaro
di mosche
E la luna che a sera
condiva di biacca
le stoppie.
Amava
d’identico amore
le voci
che il vento portava
Scalando
ansante la valle;
le piccole stelle
con le quali vantarsi,
il mezzo toscano
che marciva tra i denti,
i pochi
denti rimasti.
E amava
ancora la neve
sciolta
nella vecchia gavetta,
le notti all’addiaccio
Col canto dei grilli
che come
una vecchia mitraglia
sminuzzava il silenzio,
tossiva, increspava e moriva
ma poi ripigliava
sgranando lo stesso rosario…
Allora
contavano i morti
sepolti nel fango
o impigliati
come bioccoli di lana nei voci,
ai cavalli di frisia,
allora
Contava le poche 
monete di rame rimaste,
le ciocche ormai marce,
le stelle
Invecchiate d’un tratto.
“Al paese…” diceva ogni tanto.
Ma il paese
era un’ombra lontana
Ed i vecchi
le facce stupite 
e un po’ sciocche
d’una foto gualcita.
“Al paese…”
diceva sommesso, 
e pensava
che un paese ci fosse davvero
laggiù dove i monti
vestivano l’azzurro
E che ancora ci fosse 
la bruna Maria
con occhi di pianto,
nascosta
Oltre il nuovo pagliaio
dove una sera,
piangendo e soffiando
come una giumenta…
Al paese…
Le ore bastavano appena
per le cose d’un giorno,
per la rabbia e la fame,
per l’orto
La stalla e la vigna,
per le storie d’amore
contate
Sotto il lume a petrolio.
Al paese
c’era un Cristo di legno
e sua madre,
la sera,
parlava con esso,
della vacca malata
e delle quattro galline
ormai vecchie.
Ogni giorno al paese
il sole nasceva
cuocendo nei campi
la spiga

e cullando nell’ombra
la loro stanchezza,
ma certo non era
Lo stesso, non certo
lo stesso di neve
che nasceva d’un tratto
e poi tramontava
Portandosi
i poveri morti
contati ogni giorno.




OTTAVA 
Rosanna Di Iorio

NUMERO QUATTROCENTOOTTANTATRE, 
MASCHIO,  APPENA TRE ANNI E FORSE MENO

Tu non c’eri tra le onde quella sera
mentre si scatenava la bufera.
No, tu non hai provato la paura,
il gelo che l'assenza di una luce
nelle viscere getta al fuggitivo.
Tu non eri nel panico, travolto,
alla ricerca ostile di un riparo
improbabile col passar del tempo.
Non hai visto le mani disperate,
bagnate e gonfie sussultare, uscire
sotto la pioggia dell’Indifferenza,
di un mattino feriale uguale ad altri
e dove un nome è un nome e niente più.

NUMERO QUATTROCENTOOTTANTATRE, 
MASCHIO, APPENA TRE ANNI E FORSE MENO

In riva tanti corpi e poche facce
ancora calde nel precario stato
tra la vita e la morte. Tu non c'eri.
Tu eri dentro l’angolino d’ombra
tranquillo, e cavalcavi le stesse onde,
gli intrecci. Sotto un sole illuminato.
 
Oggi anche gli uccelli, indaffarati,
ai tralicci non sanno cosa fare.
Mentre tu sempre là nel tuo cantuccio
sospeso aspetti il seguito di un sogno
con carovane misere che vanno 
lentamente in attesa di una Voce

Come Odisseo per cedere Speranza.
 
Una voce che circola dabbasso,
il volto nudo senza mai vergogna
e che nasconde il sole tra le pieghe
dell’Incoscienza. Come sempre. Vaga.
Inutilmente vana. Come sempre.
 
E dici che non è successo niente.

Eppure sai che le sirene più 
sanno cantare ormai. Ma non fai niente.







NONA 
Angelo Taioli  

Di tutte le sentinelle



                           Di tutte le sentinelle di polvere
lasciate a contare anni sulle vene
dei mobili, a tremare sulle cenge
ridenti dei ricordi incorniciati,
confidi ancora almeno una 
abbia vegliato attenta nelle notti
di ciglia della bambola sul letto?
Nel vai e vieni dei fantasmi, qualcuno
abbia segnato in eterei libri
mastri, il resoconto dell’assenza?
dell’erba alta nel cortile, dell’edera
che allunga occhi
nello scuro di crepe di lucertole?
O anche tu sei rimasta, con le spalle
contro un angolo di vento, confusa 
nel mite di un natale? Assieme al pino
che mettemmo a dimora nell’abbraccio
di una fioriera di cemento? (uguale
a quelli che vedemmo in fila, appena 
fuori il parcheggio a pagamento in piazza
duomo,  davanti al velluto deserto
della porta della misericordia 
- spruzzati di neve sintetica -
che imploravano sguardi sotto i portici
degli ultimi saldi,
alla gente senza peccato,
che camminava svelta e sicura
nelle scarpe con l’acca.)











DECIMA 
Antonio Colandrea

“Cave d’autunno”

Cave d’autunno, covi di ricordi
di rovi e mandorle, capponi
di uomini chini a spingere vagoni 
lungo binari in fuga verso il mare.
Amigdala dorata la memoria 
s’apre e m’inonda 
di schizzi d’arso sale
nessun ricordo affonda
bensì ogni cosa adesso affiora, sale.
Con schianti di granata partoriva
la candida montagna i suoi graniti
rosseggiava al tramonto la tua casa
da un frastaglio di mandorli parata
E ci portavi in dono meraviglie:
le verdi asprigne drupe
i ruspanti introvabili castrati
dai muscoli di marmo…
Canto il rimpianto,cerco l’armonia 
per via perduta, ai cardini del tempo
m’impongo di provare a rattoppare…
mi pungo ai cardi dell’è troppo tardi!
Da pietra incandescente a nano spenta
al gioco torno degli antichi incastri
ma gli angoli smussati più non hanno
punte che vanno ad ancorarsi al cuore.
Figlio d’autunno anch’io come calcare
dovevo transitare in altra forma
e frantumarmi, farmi dilavare.
L’onda che monta adesso è una marea
da pietra viva a riva mi riporta
come pomice sasso calcinato
al cuore abbacinato del calcare.

Ispirata da “Cave d’autunno” di Montale



MENZIONE DI MERITO
Saverio Cristiani

50 ANNI
Campo di concentramento di Mauthausen, aprile 1995

Tre giorni di vento
Signore
tre giorni soltanto
		Il primo in coro a pregare
		in ginocchio a pregare
		i soldati a pregare
		quest’ultima croce
		da sola
		a spezzarci la voce

Tre giorni di vento
Signore
tre giorni soltanto
		Il secondo a guardare
		con gli occhi sbarrati
		in silenzio a guardare
		le file accorciarsi sul prato
		ed il fumo salire
		lontano nel cielo velato

Tre giorni di vento
Signore
tre giorni soltanto
		Il terzo da soli a salire
		la scala più dura
		la scala che porta a morire
		il fiato più corto ogni momento
		quel fiato diventi
		soltanto tre giorni di vento	








MENZIONE DI MERITO
Maricla Di Dio

Se questa è pace
Ti allontani e con te cade un giorno
che somiglia a quello di domani

Un fascio di bruma dietro la porta del sole
L’ora del respiro bianco, delle cose ripassate
e stese ad un filo di luna

In un fosso del giardino moscerini e foglie
Poi, nell’oscuro, cresce il silenzio

 Manca un grano d’amore
Un brivido, una carezza sul cuore

Se questa è pace, ha il sapore del sorbo
E gocciola e s’annida negli incavi un gelo d’alto autunno 
Anche i muri perdono calore
Mi abbraccio. Il freddo scopre la fragilità dell’osso

Dorme Siena di profondo blu 
Case di carta 
Lontane. Oltre i vetri.


MENZIONE DI MERITO
Adriana Lozza

AMATO  FIGLIO

Da prima che tu fossi ti ricordo
A tingermi la vita di chimere
A dare voce e forma ai miei silenzi
Per non più inganni di parole vuote.

Ricordo il tuo albeggiare in desideri
Contro il delirio del mio triste assenso (*)
Contro foschie di cieli tumultuosi
Verso una gioia luminosa e grande.

Io ti trovai potente nei miei sogni
Ancora informe a dirmi della vita
A fare dei miei dubbi una speranza
Per il mio amore ancora da pensare.

Ma il mondo intero si faceva opaco
Nei giorni in cui svaniva la mia attesa (**)
E un flusso oscuro mi graffiava il cuore
Lasciandomi il dolore dei miei errori.

Stordirmi ancora in una nuova attesa
Stravolta da disprezzi e incomprensioni
Lungo un sentiero senza direzione
A ritrovar la traccia del mio amore.

Ma ancora tu a tessere il mio tempo (***)
In trame di pensieri già pensati
In giochi di memorie mai svanite
Per nuove aurore ancora da guardare.

Amato figlio, è il suono inesplorato
D’intenso pronunciar di sentimenti
Quando all’inerzia ed al clamore antico
Ho dato un volto ed un valore nuovo.

E andammo insieme oltre le barriere
Ad abbracciar la vita in altri modi
A ritrovar sentieri mai tracciati
Tra i varchi informi dei perduti amori.

Ricordi amari a dare peso ai giorni
E nuove lontananze da esplorare
Per la malia di un vuoto menzognero
Lasciato al suo destino disperato.

Ma il nostro camminare negli affanni
Si fece storia in cieli misteriosi
Tra ombre e luci e sguardi tempestosi
Lungo distanze ancora da colmare.
E poi l’abisso buio, e ancora buio
Dentro i silenzi al giorno irrivelati
Tra le volute delle antiche sfere
Per le stagioni ancora da inventare.

Tutto lasciammo al vento della vita
Oltre le alture ai passi consumate
Tra le maree dei tuoi albeggianti anni
E i fuochi fatui delle mie passioni.

Non più parole a dirci del destino
Ma echi di silenzi sconosciuti
E il suono greve ai passi solitari
A calpestar speranze ormai perdute.

Ma un orizzonte ancora abbacinante
Ci viene incontro al chiaro dell’aurora
E porta antiche mete alla coscienza
Ormai accesa di una luce nuova.

E adesso noi avvinti dall’amore
Che non sa fingersi finito
Perché il mistero di cui siam fatti dono
Riveli la sua logica immortale.

Amato Figlio ancora voglio dire
Ti sia la vita fonte di ogni bene. 

*    Avevo votato a favore dell’aborto ma poco dopo mi sono pentita amaramente.
**   Avevo avuto delle cospicue perdite ed il ginecologo mi aveva detto che avevo perso il bambino.
*** Ero di nuovo in stato interessante ma ad un esame ecografico il bambino risultava essere più grande di diverse settimane. Era lo stesso bambino che non avevo mai perso, grazie a Dio!





MENZIONE DI MERITO
Elena Varriale

Sibilla

Dark lady della predizione o  
Vergine nera maledetta da Apollo
sono Amaltea, Sibilla di antro fumante.
Nella carne invecchio, tra rughe mi dispero 
ma di morte non conoscerò liberazione.

Nella terra d’Averno e del fuoco 
 destino scritto è il mio vaneggio
 farnetico, sobbalzo, ansimo, prevedo:
sono la perenne veggente vecchia! 
Sentite l’eco di voce che ferisce l’antro? 
Rimbalza dalla pietra sulla pelle 
è un sibilo di viscere in fiamme 
lava incandescente che entra nelle vene 
rantolo di roccia rovente è l’inferno 
che accende l’orrore delle visioni. 

Col ventre gravido di oracoli 
mi consumo nel dolore, mi dilanio 
nelle veggenze: tremo, sussulto, arranco. 
A confortarmi c’è la pietas che stringo 
con foga tra i mille perché invocati.

Domande e quesiti, istanze e preghiere
riesco a contenere tutto, ma è nella luce 
che ferisce gli occhi bui della morte
ed illumina tortuose strade della profezia 
che trovo le risposte che dispenso. 

Ferita che sfibra in eterno è il mio tormento: 
conoscere tutto e non poter vivere niente.

INEDITA

EDITA

PRIMA classificata

Carmelo Consoli



Lampedusa


Potessi addolcirla questa terra amara,

restituirla al profumo antico delle zagare,

allo stupore dorato delle maree lontane,

fanciullo perso tra calanchi neri di schiume,

capperi e ginestre sgomente d'infinito tra le rocce.

Potessi ritornare alla dolcezza degli approdi,

di quattro vele all'orizzonte,

nel canto sereno della risacca,

all'isola cara che mi fu madre di odorosi silenzi,

speranze d'amore tra albe dorate e rosati tramonti.


Nei bianchi sentieri, nelle fumide campagne

adesso ho perso la mia ombra solitaria

tra polvere e mare nelle controre assolate,

per unirmi a vite sconosciute in un grido

di fame e libertà.

Ho lasciato nel  legno marcio dei barconi,

nelle misere spoglie alla deriva

il canto di marine luccicanti,

gli orizzonti colmi di stelle e l'illusione

che oltre il filo azzurro dei confini ci fossero

mondi favolosi, uomini uniti da un sogno di pace e dignità.


E ora potessi addolcirla questa terra amara,

con la fragranza antica delle piane,

l'odore buono del pane, del fumo dei camini.

Renderla l'Itaca preziosa

che spunta dalle acque della morte e sorride di vigne,

ulivi, piane colme di grano e di pietà.

Potessi tornare al tempo dei cieli immensi

senza guerre, mescolare la meraviglia che sorgeva

allora dalle onde con il coro di dolore

di infinite processioni a un passo ormai dall'isola felice,

la prua in vista del candore dei gelsomini.





SECONDA classificata

Valerio Di Paolo


… quello che resta … (per Anna)



Non ci sarà più l’acciottolio dei piatti

in quei dopopranzo d’estate,

né ci sarà l’ultima fetta di anguria

sul tavolo della cucina.

Sarà inutile dire ai ricordi di mettersi in posa e sorridere ancora.

Spenti i papaveri non crescerà più neanche   il  grano.

Dopo il fischio del treno che passa

rimane  il suono che man mano si spegne

poi, resti sola.


Sarà come abitare il  destino, passerai le giornate

a  incartare quel che resta dei sogni

nel giornale di ieri.

Sarà come guardare un vassoio di frutti di cera

posato  sul  tavolo della cucina

là,dove c’era la fetta di anguria.

La voce non troverà più la bocca

nemmeno per mettere un “mio”

dopo una parola o un pensiero d’amore.

Il  silenzio che resta non possiamo dividerlo mai

con nessuno,ognuno avrà il suo.


Rimarrai in quelle vecchie  stazioni

dove i treni non fermano più,

con i ricordi che ronzano in testa,

segmenti di  voli di mosche

sotto una lampada spenta da tempo.

Ti farà compagnia solo un vento di treno

che trascina davanti ai tuoi oggi

le pagine del giornale di ieri,

dentro un dialogo fitto

tra la neve e la neve.








TERZA

Giusy Frisina



VISIONE GRECA


Luna d’oro sul blu

Jonico imbrunire

Moneta inestimabile

Da non dimenticare


Vedo  

L’alba d’oro che si accende

Sulla fiaccola attenta dei miei occhi

Olimpiade sognata sulle strade d’Oriente,

Tu antico padre dalle spalle larghe,

Tu risvegliami sul teatro del cosmo

Aperto  all’entusiasmo delle stelle -

Solo per me e solo per chi insegue

L’armonia antica nelle notti scure

Solo per chi -  leonessa di Micene -

Attende quella luce e non si stanca

Tu aprimi le porte dei ghiacciai


Vedo 

Un giorno puro ed  assolato

Immerso dentro la città  svenduta

Sui muri di cemento senza nome

Che pure  abbraccia i profughi pietosa

E annida  fiabe di vecchi e di bambini

Nelle pagine nude dei condomini

E  salva sulle colline la sua Storia


Vedo    

Il mare brillare eterno nel denso pomeriggio

Nell’azzurra stregata primavera

Dove ogni cosa è ferma o in movimento

In estasi o in tormento

Secondo come la guardi


Vedo   

Il papavero e la pietra

Contendersi la gloria

In  silenzioso dialogo nel verde

Sull’abissale  inquieta rotta  del  tempo

Ora rimasto a trattenere il fiato

Per questa strana luce che lo avvolge

Ma senza più aspettare una risposta

Se la domanda può bastare a se stessa

Vedo 

La vita che s’inebria del suo cielo

Mentre divento farfalla dalla mente quantica

Che entra dalle finestre e resta fuori

Per poter contemplare la bellezza

Delle alte colonne del tempio

Come del filo d’erba e della brezza


Vedo

Le  commosse lanterne  della Plata

Sospese nell’incanto del tramonto

Dipinto sull’Acropoli

Che di colpo s’illumina di giallo

Lottando con la notte che ora scende

Sulla cima di una memoria remota

Nascosta solo dagli alberi


Vedo 

L’agorà che si alza all’improvviso

Più dolcemente sull’ orlo della sera

E tu sali solenne magistrato

Saggio  filosofo – poeta - visionario

Su per le strade polverose e bianche

Di una città salvata solamente

Dal grande desiderio di rinascere

E chiami  Atena e arriva  Poseidone

Dalle vele sul  mare che ritorna


Vedo

Che non sono più chi sono

Quando ritrovo le mie radici in un  mondo

Cancellato da secoli

E non so più se arrivo o sto partendo

Se la danza delle Tìadi  sul Parnaso

Sia sacra a Dioniso e cara anche ad Apollo

E l’uno vada ancora verso l’altro

Nel sacro cerchio dell’eterno ritorno


E vago

Ancora là dove mi appare

La scintilla più viva della mente

E penso ancora a te

Che non dici più niente

Nel silenzio che ora mi risponde

E sarà nulla e resta solo il dubbio

Eppure volo anche se resto a terra

Più umana e più divina finalmente

Con sullo sfondo il volto della Sfinge

Che chi sa come ci  sorride sempre







QUARTA

Maddalena Leali


Bisso di mare (Byssus)


A Kevin


Il piccolo cancello aperto dall’alba

e Clementina la gatta a fare la guardia

dei miei pochi gradini di ogni mattina.

Girata la toppa, ricordi? spingevo la porta.

Un sussurro il tuo nome,

uno scoppio la tua risata. Eri là.

Dolce, l’ansia si disperdeva

sotto i pini marittimi,

fra gli aghi secchi e le processionarie.

Il tempo disperso nei ritmi diversi,

convulsi, gioiosi, tristi, complicati,

seppure amorevoli, giochi complessi

per le anime cieche, algoritmi

ogni giorno sconnessi,

percezioni semplici soltanto

ai sensi dei bimbi.

Ricordi? l’anno dei no, l’anno dei sì,

i giochi del su, la paura del giù.

E il buio… E quel tuo camminare

restando seduto alla conquista

del complice nido dell’amico

come te sfortunato.

Breve, questa piccola ombra

che lasci a me che continuo a vivere.

Mi vedi? Malinconica e muta, non triste.

Perché non sei nella memoria  trapassata,

precipitoso e lieve, come tela di rado

ordito e inesistente trama, preziosa,

però, e protetta come bisso di mare,

sconosciuto e nascosto alle menti dei più.

Il tempo sempre raggiunge

e s’indossa a qualcuno lacerandone i giorni,

Stupido tempo: nella sua inconsapevole

erranza tralascia il bisso di mare

dei giorni del sì e del no,

dei giochi del giù e del su.

E io che so di averti amato tanto

riparo di seta lo strappo … e ti trattengo.








QUARTA A PARI MERITO

Rodolfo Vettorello


ELOGIO  DELL’IMPERFEZIONE 


Aride stelle in cielo;

                                  geometrie

senza emozione, senza luce, senza

una semplice nota dissonante,

una parvenza minima che parli

della bellezza dell’imperfezione.

Questo universo immobile ci incanta

e l’ordine perfetto ci seduce

ma vivere è tutt’altro.

E’ il fango che produce

le fioriture magiche del cuore.

Si vive male, a volte, ma si vive

malgrado la follia degli assoluti.

Si spera il sole e intanto ci si appaga

del freddo di un inverno senza luce.

Il vento cresce

e porta neve all’uscio delle case,

risale le colline addormentate

nell’infinito sonno senza luna.

Come in letargo, la natura tace

e un tempo impercettibile trascorre

sull’orologio, al muro di cucina.

Non farei cambio della mia fortuna

di vivere una vita irrazionale

con l’equilibrio inutile dei saggi.

La geometria perfetta dei solstizi

genera mostri.

                        Solo il cuore,

la sua tachicardia disordinata,

dà il giusto ritmo al vivere una vita

di un’unica certissima nozione:

la meraviglia dell’imperfezione.













QUINTA

Saverio Cristiani




IL POZZO


C’è un pozzo profondo nascosto

tra le righe che leggi


Ogni tanto mi ci fermo a pensare,

e pescando a casaccio nel buio

attingo quel po’ di dolore che basta

a tirar sera col fiato di sempre.


Poi sciolgo la mano al saluto e riparto

lasciandomi dietro una polvere antica

e tanta corda

come rimpianto

a penzolare.









SESTA

Franca Donà



Quando i fiori cantavano    


Per quei fiori rossi mai fermi

all’aria che sa di cielo e di campane

per quei ricordi nel fazzoletto bianco

pronti a far piangere se penso

a mio padre e la sfilata dietro la bandiera

lo stemma senza corona che è più regale

nel campo vermiglio la falce e il martello

e tu con un garofano sulla giacca buona

la musica che rimbomba dentro al cuore

i capelli indietro lucidi e gli occhi ancor di più

a costruire l’Italia del lavoro e la famiglia.

A quei fiori rossi, al fremito del cuore

a quella musica che il vento ha catturato

a mio padre, al suo bicchier di vino

all’uomo che è stato … io dico “grazie”

per quei garofani che porto dentro al cuore.







SETTIMA

Carmela Esposito


La casa del sole


Le carte dell’avvenire
chiusero un anno
sulle cose di dicembre

Stesero un velo

sullo smagrito cipresso del camposanto

conta in quel luogo

il silenzio dei taciturni
che tengono tutto dentro.

Anche la mente

ha un suo lutto

lavato via da una mimosa di marzo

o dai passi incerti del primo pettirosso

non tutti sanno volare

non tutti sanno partire.


Già la pioggia nel giardino

spolvera foglia a foglia
cycas nell’aiuola

scrosta calce dai muri

la casa di sole

diventa triste per sempre

le rose respirano a fatica

i tarli scavano buchi

larghi una vita.







MENZIONE DI MERITO


Carla Maria Casula



PENNELLATE DI ME

Dischiusa a vita incerta

- otto mesi di cova trafelata -

ho respirato il rosso delle fragole

quel maggio capriccioso

che bagnava la pioggia col calore

nei viali della luce


tra le rose spettinate dal vento

e i respiri materni sillabati

Voce nebbiosa e stanca

sul giaciglio di vetro

- pulsava il cloroformio -

vestivo attese bianche stropicciate


nella corsa grinzosa contro il tempo

che con gli artigli muti

smorzava i vagiti

dietro la bocca implume a spine alterne

senza il velluto in fiore

- poi mi coprì l’aroma della vita –




MENZIONE DI MERITO

Domenico Pisana


NOTTE DI SAN LORENZO 2014



Consegnami o cielo

al mio canto di libertà,

sguardo dell’anima sul mare,

ridonami l’aria e le stelle,

che danzano come numi dell’olimpo,

la tenue carezza di sangue e di miele,

l’odore  salmastro della sabbia,

il sussurro di una  brezza di vento,

il sogno amato non sognato

che sversa nelle trafitte delle fibre

foglie verdi destinate ad ingiallire.


Cielo, restituiscimi i tuoi germi d’infinito,

le trasparenze ricamate di voci sibilanti

che parlano lingue di pensieri indecifrabili:

voglio riascoltare ciò che i poeti sanno ascoltare,

imparare la lingua del cuore

che  l’impercettibile luccichio delle stelle

possa riflettersi o negarsi: non importa

essere un granello di più, il granello calpestato,

il granello leggero che l’onda si porta via.





MENZIONE DI MERITO

Fernando Della Posta


City frame Blues


La città che sgombra, s’ingombra s’inonda.

Mi chiedo le persone sul far della sera

che cosa si dicano in strada

tra il sole che canta l’abisso

e la luna che risponde a dispetto.

Un’ala di fuoco s’andrà celando nel vespro

come un cataclisma nascosto;

avrà pochi cantori invece del sonno

cui rinnovare ogni sera il suo pianto:

pazzi innamorati e bimbi di passo,

da sprazzi di cielo e finestre di specchio,

che s’aprono di smania tra bave di vento

dall’urlo dell’ultimo isolato violento.


Vorrei, sotto i portici inanellati di gelo

dal mio bicchiere di bourbon al banco del mondo

disegnarti gli sguardi a calmare la sera

come il baco nel bozzolo a filare la seta.



MENZIONE DI MERITO

Annalisa Rodegherio

                                                                             “ E’ questa

                                                                                la notte in cui si genera al bambino

                                                                                la madre”

                                                                                 (Nascita di Maria)  Rainer  Maria Rilke

                              ANNA

Era un coro d’angeli

a intonare melodie

per la chiarità del seme

che s’aggrappava al grembo.

Il tuo, Anna, non a caso, scelto.

Intorno adesso s’alzano colonne,

arcate e volte

a colmare spazi antichi

mentre in piena luce

con sguardo dolce avanzi,

ora figlia, al braccio di tuo padre.

Sposa avvolta in veli di magnolia

incanti gli occhi

mentre esibisci grata,

il frutto-dono, la grazia del Disegno:

essere figlia del figlio che ti è nato,

essere madre che se lo stringe al petto.


(Dedicata a mia nipote Anna, diventata prima madre e poi sposa, dopo anni di anoressia)

DIALETTALE

PRIMA classificata

Luciano Gentiletti


ER MISTERO DE LA VITA


Quanno che vojo scappà via dar monno

me vado a rifuggià de sopra a 'n monte:

ce sò li boschi... l'acqua de 'na fonte...

'na pace che te scenne ner profonno.


Sortanto si vai immezzo a la natura

ritrovi quer te stesso soffocato,

riacchiappi li valori c'hai scordato,

t'accorgi che stai drento a un'avventura.


T'abbasta guardà 'n fiore... l'animali...

e scopri che ce sta 'na vita sola:

c'è chi striscia... chi cammina... chi vola,

ma in fonno semo fatti tutti uguali.


Vorebbe da sapé perché ce stamo...

perché ce sta la pianta e l'animale...

perché c'è chi fa er bene e 'n artro er male...

da 'ndove semo usciti e 'ndove annamo.


Quanno ch'è sera, attorno ar focolare,

guardo quer foco e fò volà er penziero:

l'anima mia se sperde ner mistero

come un fiume ch'affoga drento ar mare.



IL MISTERO DELLA VITA


Quando voglio fuggire dal mondo / vado a rifugiarmi sopra un monte:/

ci sono i boschi... l'acqua di una fonte.../ una pace che ti scende nel profondo./

Soltanto se sei immerso nella natura/ puoi ritrovare te stesso,/

riprenderti i valori che hai dimenticato/ accorgerti che stai dentro un'avventura./

Ti è sufficiente guardare un fiore... un animale.../ per renderti conto che la vita è una sola:/

c'è chi striscia... chi cammina... chi vola,/ ma nel profondo siamo tutti uguali./

Vorrei sapere perché esistiamo.../ perché esiste la pianta e l'animale.../

perché c'è chi è propenso a fare il bene e chi il male.../ da dove veniamo e dove andiamo./

Scende la sera e accanto al focolare/ la mente è affollata di pensieri:/

l'animo mio si perde nel mistero/ come un fiume che annega nel mare./








SECONDA classificata

Daniela Gregorini



Dal muntiròzz


Adè sin  machì, su l’alt, no’ dó,

indulcìt’ da quell che vdén.

Guarda ma sta terra

ndó c’avén l’ ràich:

è ‘l crìn ‘ndó sinn cresciùt.

Guarda l’ pòrch ‘nti càmp

domesticati dai contadìn,

còm i capéi dla pupa

che tu hai petnàt.

Guarda i colór, giù giù fin da piéd

‘ndó cmìnc’n l’ càs  ricamàt

su l’òréll del tappèt c’lèst, l’ mar,

che tira ‘l ròccl

ma cla strisciulìna d’ réna.

Guarda ma ‘l maés, l’ vìgn,

i ulìv, ‘l gràn ch’ verdéggia…

anicò inscén par na cuperta

ch’ t’ha fatt nònnta a scàcch,

sa l’uncinét… e l’autostrada

è na piega ‘ntél mèzz.

Fermt. Fermt a sentì i passr ch’ cantn,

l’ gagg’ ch’ sgàgg’n, ‘l tord ch’ zìrla

o ‘l mèrl ch’schocc’la…

fra càlc giorn arnirànn l’ róndn a stórm

e arcminciarà la festa .

Pù sènt ‘st’odór e tiénl da cónt :

ancora è quèll intìc dla campagna,

anca si i palazz ènn nùti su a ròta;

è quell dl’burìn

che s’arampica fin maquasù,

di àlbr che buttn fòra i fiór;

st’ódór ch’ t’ s’appicc’ca ma l’anma

cóm quell dla pèll d’ mamta

che, passàt i ann, énn te potrai scordà

e si sarai distànt

t’ darà gust argì a trovà.




Dal poggio


Adesso siamo qui, in alto, noi due,/ addolcite da quello che vediamo./Guarda questa terra/dove abbiamo le radici:/è il cesto per pulcini dove siamo cresciute./Guarda i solchi dei campi/addomesticati dai contadini,/ come i capelli della bambola/ che tu hai pettinato./Guarda i colori, giù giù fino in fondo/ dove cominciano le case, /ricamate sull’orlo/del tappeto celeste ,il mare,/che fa la corte alla strisciolina di rena./guarda le maggesi, le vigne,/ gli olivi, il grano che verdeggia…/tutto insieme pare una coperta /che ti ha fatto nonna a scacchi,/con l’uncinetto…e l’autostrada/ è una piega nel mezzo./ Fermati. Fermati ad ascoltare i passeri che cantano/le gazze che starnazzano, il tordo che zirla, il merlo che chioccola…/fra qualche giorno torneranno le rondini a stormi/e ricomincerà la festa./Poi senti quest’odore e custodiscilo:/ ancora è quello antico della campagna/anche se i palazzi sono spuntati a ripetizione;/è quello del venticello di bora/ che ti bacia la fronte,/degli alberi che buttan fuori i fiori;/quest’odore che ti si appiccica all’anima,/come quello della pelle di tua madre/che, passati gli anni, non potrai scordare/e se sarai distante ti darà gusto tornare a trovare.










TERZA Classificata

Giuseppe Vultaggio


LUPU DI MARI     


A Favignana1, ‘st jornu,  c’è bunazza2,

lu mari pari ogghiu, ‘un si rimìna,

lu suli nesci fora e si l’abbrazza…

‘na varchicedda nesci di bulìna.


‘Na riti, lentamenti, un vechhiu ‘ntrizza,

chi d’’a so’ vita, fu cumpagna e vantu,

nto mentri, l’aria, la risacca sbrizza,

d’’i tonnaroti3 già, si senti ‘u cantu.


La menti scurri e si rivìri arzuni;

li verri cu diu Giovi e cu Nettunu

e poi, “lupu di mari”, a lu timùni,

fu cumannanti e “patri” p’ognerunu.


Ricorda quannu, un tempu, a lu scurari,

‘na fimmina, a lu portu, l’aspittava,

ricorda d’’i soi occhi lu brillari,

d’’u so’ caluri…quannu l’abbrazzava.



La persi un jornu e cu idda…la so’ vita,

fu un jornu malirittu, malandrinu;

abbrucia ancora forti dda ferita,

fu mala sorti o forsi…fu destinu!


Canciau lu ventu e ora…l’accarizza,

calau lu suli supra la banchina,

lu vecchiu lassa ‘n terra la so rizza…

‘na varchicedda trasi di bulina!






Traduzione letterale:  LUPO DI MARE


A Favignana, oggi, c’è bonaccia, / il mare sembra olio, non si muove, / il sole esce fuori e se lo abbraccia…/ una barchetta esce di bolina. / Una rete, lentamente, un vecchio intreccia, / che della sua vita fu compagna e vanto, / nel mentre , l’aria, la risacca schizza, / dei tonnaroti3 già, si sente il canto. / La mente scorre e si rivede giovanotto; / le guerre con dio Giove e con Nettuno / e poi, “lupo di mare”, al timone, / fu comandante e “padre” per ciascuno (s’intende dei suoi uomini). / Ricorda quando, un tempo, all’imbrunire, / una donna, al porto, l’aspettava, / ricorda dei suoi occhi il bagliore, / del suo calore…quando l’abbracciava.



La perse un giorno e con lei…la sua vita, / fu un giorno maledetto, malandrino; / brucia ancora forte quella ferita, / fu per sfortuna o forse…fu destino! / E’ cambiato il vento ed ora…lo accarezza, / si è abbassato il sole sopra la banchina, / il vecchio lascia per terra la sua rete…/ una barchetta entra di bolina!







1.1.Favignana:Con Levanzo e Marettimo è isola dell’arcipelago siciliano 

delle “Egadi” (di fronte la città di Trapani)

1.2.Bunazza: propriamente lo stato del mare in calma e tranquillità;

termine marinaro per evidenziare una bella giornata.

1.3.Tonnaroti: pescatori di tonno.








Menzione di merito

Maria Teresa Di Marco



LAMENTU DI LA ME TERRA                          


La me bedda Sicilia io cantu
di pupi aranci e cavaleri
di lu so mari ca comu u mantu
di la Madonna la cuntenti.

E finemula, vi dicu, io mi scantu
Taliarimi pi beru un vi cummeni
aiu u cori ruttu e l’occhi chin’’i chiantu
di comu m’at’ arrubbatu tutti li beni

La zagara ciusisci e fetu sentu
di munnizza e corruzioni
ma unn’aviti sintimentu

Pi la vostra stessa condizioni?
Chi ciusciassi ora stu ventu
di puisia e boni ntinzioni.

Chi ci canti? Aranci sfatti
‘nterra persi e scafazzati?
O li farini chi t’accatti
ca un sa d’unni su purtati?

Io mi sentu afflitta, chi dicu? Dispirata

NNi facistivu minnitta di la me biddizza

Canta di carretti e stiddi
di lanari e tramontana
ma adduma st’occhi, sti faiddi
e va vidi unni si ‘ntana

Cu fa porci commidi e cumanna
cu fa finta di nenti e nun la sganga
sta smania d’omertà
sta mafia, la disonestà

E diccillu: la pinsata è schifiusa
u mari di Sicilia un si spurtusa.

Lamento della mia terra La mia bella Sicilia io canto/di pupi, arance e valaieri/ del suo mare che, come manto/della Madonna lo racchiude./ E finiamola, vi dico, io ho paura/guardarmi davvero non vi è conveniente/ho il cuore rotto e gli occhi pieni di pianto /per come mi avete rubato tutti i beni. / La zagara fiorisce e io sento tanfo7 d’immondizia e corruziione/ma non avete sentitmento (ragione cuore)/per la vostra stessa condizione?/Magari soffiasse questo vento di poesia e buone intenzioni/ Cos’hai da cantare? Arance ammuffite / a terra, perse e schiacciate?/ o le farine che compri/che non sai da dove provengono?/ io mi sento afflitta, che dico’ Disperata/ ne avete fatto rovina della mia bellezza amata/canto i carretti e stelle / di oleandri e tramontana/ ma accendi (apri) gli occhi queste faville/ e vai a vedere dov’è rintanata/ chi fa i porci comodi e chi comanda / chi fa finta di niente e non la sradica/ questa smania di omertà/ questa mafia, la disonestà/ E diglielo: l’idea è schifosa/ il mare di Sicilia non si buca (U mari di Sicilia un si spurtusa) e il motto degli artisti siciliani, contro le trivelle nel Canale di Sicilia alla ricerca del petrolio.









Menzione di merito

Pasquale Aceto


E mo

m'chiamman'         "Cazzillo recchiappese"

Ma in verità?              so snob                   e cacciatore

Zompo           fujo                  e fiuto tutto


Ma chell' che chiù m' piace e fa 

                                             è o' poeta. 


Si Signore,                     o' poeta. 


Parlo ca luna               cò vient' miez'e fronne

e quann' m' ne tene parlo pur' co' cielo                 ma 

stì quatt fess'                      che stann' attuorn a me 

nun vonn' capì niente e tutt' chess. 

e me chiamm'n 

                   Billoooooooooooooooooooooooo


E      i         vac'

le   zomp'    braccia 

e me facc'io coccolà. 



MENU

accedi alla nostra

pagina Facebook

PRESIDENTE

Nicola Maggiarra


VICE PRESIDENTE

Patrizia Stefanelli


SEGRETARIO

Giovanni Martone


REDAZIONE

Marco Martano

Barbara Scudieri


COLLABORATORI

Barbara Broscia

Mariano Dinacci

Claudio Ferri

Salvatore Gelso

Fabio Gigli

Giovanna La Vigna

Giuseppe Lediani

Luciano Leotta

Silvana Maggiarra

Fabrizio Martano

Gianluca Martone

Giuseppe Ruggieri

Francesca Stefanelli

Anna Maria Viola